Vita dopo la morte

Era da tempo che avevo in mente di parlare di alcuni punti di vista che conosco, e che condivido, riguardo il tema della morte. La scomparsa di un genitore (mia madre, che ha recentemente lasciato il suo corpo) porta inevitabilmente a confrontarsi con il tema della morte, credo per chiunque. Nel mio caso direi che era un confronto attivo già da tempo, quello con “la vecchia signora”. Del resto avvicinarsi alla propria spiritualità senza prendere in considerazione la morte sarebbe come pensare di imparare a suonare il pianoforte senza però voler mai utilizzare i tasti neri.

Credo che la morte di una persona cara ci avvicini all’altra parte del velo, in qualche maniera. Nel mio caso in realtà non ho cercato di approfondire il tema della morte dal punto di vista mentale, o intellettuale, semplicemente perchè a questo livello già lo ho fatto in passato, appunto. Però, visto il periodo, sento di avere una vicinanza a questo tema da un punto di vista energetico, a un certo livello dimensionale ci sono inevitabilmente molto dentro. Piccola introduzione per spiegare il perchè della mia scelta di trattare proprio ora questo tema.

Pensando alla morte viene subito in mente, se pensiamo che siamo anime immortali che fanno un percorso verso l’Unità, che nulla finisce ma si prosegue semplicemente il viaggio. Visto che come anime, in generale, molti hanno deciso di fare un’esperienza nella materialità come campo da gioco per il proprio apprendimento e per la propria evoluzione, viene subito da pensare al discorso della reincarnazione. Personalmente non ho dubbi che sia un aspetto della realtà. Purtroppo anche qui a livello “religioso”, si è teso e si tende spesso a semplificare, a mio avviso. Altra semplificazione è la classica concezione cristiana di paradiso. La semplificazione riguarda il punto di vista. Cioè il punto di vista quando si parla della morte, resta inevitabilmente molto legato al presupposto che il processo di trasformazione che avviene tra la vita e la morte, oltre la morte, e tra una vita e l’altra, abbia come suo unico e quasi insostituibile centro l’essere umano, inteso quasi come unica forma di vita sacra e unica possibile forma di esistenza attraverso cui ci si può evolvere.

Forse per motivazioni, più o meno lodevoli, che in passato potevano essere sensate, le semplificazioni in passato sono state fatte da religioni, filosofie e scuole spirituali: la più elementare è appunto l’idea di un paradiso, considerato l’unico e solo approdo oltre la conclusione della vita. In questa concezione l’unica esistenza possibile è in forma umana, ed essendo una sola, o la va o la spacca. E devo dire che per quanto alcune branche della scienza si siano sempre schierate contro la Chiesa, anche la cultura scientifica più diffusa, con la sua idea meccanicistica dell’universo, non fa altro che andare a braccetto proprio con il concetto in realtà sottinteso dalla dottrina cristiana in tema di vita dopo la morte: il gioco finisce qui, il lavoro da fare finisce qui; unica vita, il senso che puoi trovare è unicamente nel come va quest’unica vita. Se ti va “male”, non resteranno nemmeno i bei ricordi. Quindi parte della scienza dice: la vita è puro caso, è una sola, e dopo non c’è nulla; quindi vivitela al meglio (su cosa sia questo meglio non si pronuncia). Ed ecco che è tolto quindi gran parte del senso di una realizzazione “interiore”: anche quella parte interiore, a fine vita, svanirà.

La Chiesa, su un certo livello, ha una posizione molte simile: la vita è una, vivitela al meglio (secondo i parametri del buon cristiano), e dopo sarai con Dio. Punto. In entrambi i casi a fine vita termina la sofferenza (cristiani che ancora parlano dell’inferno a parte, ma ormai anche Papa Francesco ha detto che non esiste), in entrambi i casi la nostra responsabilità è limitata ai pochi decenni che viviamo abitando un corpo umano. Non c’è una responsabilità, in entrambi i casi, riguardo alla scoperta di “Chi siamo veramente”, ne riguardo al nostro potere di creatori della realtà, ne allo sviluppo interiore, che è lento, che è un viaggio verso l’infinito.

Il concetto della reincarnazione presuppone per lo meno che ci sia un evoluzione a lungo termine, oltre una sola esistenza in una vita. Spesso però nelle religioni orientali, il focus resta comunque su: anima che si evolve durante esistenze nella materia, in particolare in reincarnazioni umane, poi si libera e… fine del viaggio, ok immensa beatitudine e immensa gioia, ma… sembra quasi una concezione per pigri, della serie mi faccio un mazzo nelle reincarnazioni umane, ok, però poi non ho più bisogno di evolvere, di imparare, di viaggiare, sono arrivato e posso starmene beato senza far nulla. No comment su quanto appaia ancor più da pigri la concezione del paradiso cristiano, mi perdonino i più dogmatici ( quindi: … dogmatici= pigroni?).

Detto questo non voglio togliere sacralità ad alcun cammino spirituale, secondo me sono sacri finchè ci portano ad un certo traguardo di evoluzione interiore, e fin lì hanno grande profondità e utilità spirituale, non c’è dubbio.

Sarcasmo a parte, tutto questo è molto umano-centrico: l’umano sembra essere l’unico punto di vista.

Secondo altri punti di vista, il multi-verso è infinitamente vario, sia in termini di esistenze materiali possibili, sia in termini di dimensioni di esistenza possibili. La dimensione materiale, pare, non sia una strada già segnata in partenza per l’evoluzione di una coscienza. Altre forme di esistenza fanno il proprio cammino verso l’Unità, e quindi verso la scoperta (o meglio ri-scoperta) di “Chi sono veramente”, senza mai assumere forma umana. Altre, senza mai assumere forma fisica.

Ma tutto questo che c’entra con la vita dopo la morte, quando pensiamo ad una persona cara che non c’è più? Credo che aprirsi alle innumerevoli possibilità di esistenza che costituiscono le probabili realtà, sia un passo avanti per svincolarsi dalla morsa stretta della paura della morte, che poi a livello primordiale, a livello animico, a livello della nostra essenza, è la paura del cambiamento credo. La paura di fondo che ogni coscienza in parte ha di scoprire il proprio potere, la propria vera identità. Forse fa bene capovolgere le prospettive qualche volta: siamo abituati a pensare che il cambiamento ci fa paura perchè legato, di fondo, alla paura primordiale, quella del cambiamento più grande per un umano, cioè la morte, e all’ignoto nascosto dietro quel passaggio; paura di un inferno, paura di non esistere più.

E se la paura originaria fosse in realtà la paura di cambiare? Se la paura della morte non fosse la paura originaria di ogni essere vivente nella forma fisica, ma bensì solo uno strato più superficiale legato invece a una paura, a dei blocchi, e a delle resistenza ben più profonde rispetto a una esistenza fisica nella forma umana? Se si trattasse della paura della trasformazione e dell’evoluzione verso gli esseri di infinite dimensioni superiori quali in realtà siamo? La paura, anche, di doverci assumere la responsabilità di Chi siamo.

Osservando la morte da una prospettiva più vicina al momento della morte in sè, al momento di quel passaggio, ci vengono in aiuto i punti di vista di due entità di luce che, nelle loro canalizzazioni, spiegano sfaccettature della realtà in un modo molto libero da vincoli e da dogmi (di solito le entità disincarnate hanno questa qualità nelle loro lezioni, oltre fortunatamente ad una buona dose di “umorismo interdimensionale”).

Seth, entità che visse cicli reincarnativi come umano fino a quando non terminò la serie delle sue esperienze terrene (l’ultima come mercante nel 1500, a quanto dice lui) per poi divenire un insegnante multi-dimensionale (altrimenti detto… maestro asceso?), e che diede molte informazioni attraverso il canale Jane Roberts negli anni 70′ negli USA, parla in alcuni suoi libri di cosa avvenga subito dopo la morte. Distingue diversi livelli, o dimensioni, di esperienza nel corso del passaggio: ci spiega insomma come ci sia un passaggio da un punto di vista psicologico, energetico e di varie parti di noi. Pare che inizi un processo in cui pian piano, assistiti da entità benevole aiutanti di vario genere (anche persone in vita sulla terra che fanno questo tipo di assistenza di coscienza nei loro sogni, senza esserne consapevoli), lasciamo andare l’identificazione con la personalità che avevamo in vita, e pare che questo passaggio sia più veloce per chi aveva poche credenze limitanti sulla vita oltre la morte. Dice che si attraversa un processo in cui ci appare, come in una esperienza reale, ma in una dimensione direi simil-astrale, ciò che noi crediamo esserci nell’aldilà. Se si crede fortemente che troveremo ad accoglierci in Maometto, o Gesù Cristo, o la classica personificazione di Dio come un anziano saggio con la barba bianca, ci saranno entità angeliche nostri assistenti che magari assumeranno quella forma. Interpreteranno quel ruolo, e ci sarà una sorta di rappresentazione di ciò che pensiamo dovrebbe succedere, per poi essere pian piano guidati nel processo e aiutati a capire cosa veramente succeda, cosa veramente ci stia succedendo, cioè un processo interiore di osservazione di noi stessi e della vita trascorsa, di studio e analisi di lezioni di vita, esperienze, e così via, prima della successiva pianificazione di un’esistenza (detto in modo immensamente semplificato). Tutto questo avviene direi ad un certo livello della nostra esistenza dopo la morte, mi sento di dire ad un livello psicologico, nel quale è necessario quasi abituarsi alla nuova percezione della realtà senza il corpo.

Kryon, a proposito di un altro livello di ciò che avviene, esistente senz’altro al contempo, solo in una dimensione un pò diversa rispetto al precedentemente descritto, parla spesso nelle sue canalizzazioni di come a fine vita, dall’altra parte del velo ci siano le nostre guide spirituali, insieme ad alcune anime con cui abbiamo fatto l’esperienza di quella incarnazione “appena” conclusa (ci si rincontra in una dimensione a-temporale, quindi pare possano essere presenti anche quelli che, seguendo il tempo lineare, sono in realtà ancora in vita dopo la propria morte dal punto di vista dello scorrere del tempo sulla Terra). Parla di una caverna della creazione, nella quale si rivede la vita trascorsa, ci si riposa, si osservano le lezioni apprese e i talenti acquisiti, e la maestria raggiunta nei temi di vita affrontati, prima di pianificare l’esistenza successiva. Parla anche della semplice e pura celebrazione per il grande lavoro svolto, di applausi dalle entità di luce e di congratulazioni, a prescindere dall’aver o meno raggiunto successo in termini “umani”, per l’incommensurabile utilità di ogni esperienza fatta.

Ultimamente ho immaginato come al termine della vita terrena ci siano i nostri genitori, i nostri figli, le persone che abbiamo amato e quelle con cui abbiamo avuto i maggiori conflitti, tutti in una grande sala luminosa, riuniti per congratularsi, per abbracciarci, e semplicemente per godere ancora una volta insieme gli uni della compagnia degli altri. Li ho immaginati con il volto libero dalla paura, radioso e pieno di gioia, senza i filtri delle frustrazioni, delle angosce, delle rivalità; senza alcuna traccia di rabbia, solo gioia e benevolenza e allegria, alcuni ridono, altri sorridono. Tutti insieme ancora una volta per celebrare la preziosa esperienza appena conclusa, la posa dell’inestimabile tassello di evoluzione interiore fatta verso Tutto ciò che E’. Un momento fuori dal tempo di semplice Amore, prima di proseguire ognuno per la propria strada. Senza le maschere e i ruoli spesso drammatici interpretati in vita, bensì come attori che, al termine di uno spettacolo, abbracciano il loro amico come il loro nemico sul palco. Era una rappresentazione, per quanto realistica e piena di significato. E per ogni ruolo magistralmente interpretato, possiamo provare gioia e gratitudine. Con alcuni un “arrivederci e a presto” per qualche prossima esperienza di esistenza insieme, con altri un semplice arrivederci, ognuno verso le nuove esistenze, terrene, umane, materiali, e non, che saranno appropriate e che a livello animico verranno scelte, e mai subite per colpa di un peccato, o come una punizione, o come un irrisolvibile karma.

Concludo questo articolo che, com’è normale che sia, ha anche una forte carica emotiva per me in questo momento, condividendo un piccolo regalo che mia madre mi ha fatto pochi giorni prima di lasciare il suo corpo, in ospedale. Non era quasi mai cosciente ne lucida in quegli ultimi giorni, ma ad un certo punto mentre ero seduto affianco al suo letto si è svegliata e, come se una parte di lei davvero stesse già rivedendo la sua vita, confrontandosi con le anime compagne con cui aveva avuto un legame affettivo, molto lucidamente mi ha chiesto: “Bhe, ti è piaciuta questa esperienza?”.

Sul momento mi ha un po’ spiazzato, e d’impulso le ho risposto: “Si”. Ho ripensato in seguito al possibile significato di quella domanda, e alla dimensione da cui, forse, mi veniva posta.

E ora mi sento di aggiungere: “Si, grazie”.

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