Il perdono come processo di unione

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Perdonare gli altri ci porta ad abbattere l’illusione che siamo esseri nettamente separati dal resto dell’universo e dagli altri esseri intorno a noi. Infatti con il perdono, attiviamo una serie di processi di empatia, di comprensione dell’altro, di comprensione dell’importanza che per noi ha rivestito un’esperienza in cui, l’altro che proviamo a perdonare, ci ha ferito o deluso. Parliamo di un caso semplice, in cui qualcuno che ci era vicino, per cui proviamo affetto, ci ha decisamente deluso col suo comportamento. Perdonarlo è un processo complesso, a volte lungo, interiore, ed è un occasione di crescita ed espansione. Crescita perchè per elaborare il perdono dovremo entrare profondamente in contatto con noi stessi, e con le ragioni alla base del torto, che ovviamente riguardano entrambi, poiché le relazioni non sono mai a senso unico. Innanzitutto il primo passo che ci è utile, è guardarci allo specchio per comprendere il nostro sentimento di disagio e di delusione: capire che c’è, capire cosa stiamo provando. Spesso i nostri meccanismi inconsci di protezione e auto-difesa dal dolore, ci portano semplicemente ad allontanarci da quella persona, a pensare ad altro, a far sfumare il rapporto nelle memorie perdute del passato. Questo a volte accade, per evitare la sofferenza, un meccanismo a volte utile, in certe situazioni e per un po’, ma a lungo andare controproducente poiché ci rende incapaci di “sentire”, anestetizzati, e dunque meno capaci di esprimerci anche in relazioni non deludenti bensì appaganti. Ecco che per molti già ammettere la delusione procurataci dall’altro, vedere il sangue che esce dalla ferita emotiva riportata, non è cosa da poco. E’ senz’altro più facile per molti anestetizzare la ferita emotiva con molte distrazioni o sostituire subito e frettolosamente la persona che ci ha deluso con qualcun altro. Fermarsi e osservare che qualcosa non è andata, è già un primo passo che in molte situazioni, sopratutto quando il comportamento che ci ha ferito non è stato aggressivo, o violento, ma semplicemente “silenziosamente deludente”, non è scontato. Ecco che già la delusione ricevuta, l’azione o la non-azione dell’altro, ci danno un occasione per guardare dentro di noi e comprenderci meglio. Già se riusciamo a fare questo passaggio interiore, di “presa di contatto” con i nostri sentimenti feriti, bhe allora la delusione già ci sta portando, oltre alla ferita, il beneficio di imparare a conoscere meglio noi stessi.

Il passo successivo è probabilmente relazionarci con il dolore e con la rabbia, derivanti da questa delusione. Anche questo non è facile. Non è facile relazionarci alla nuova immagine che abbiamo dell’altro che ci ha delusi, una immagine annebbiata dalla rabbia nei suoi confronti, dall’eventuale risentimento, o anche solo dalla tristezza. Nella nostra mente l’immagine predominante è quella emotivamente più forte e recente, l’immagine della ferita, che tendiamo a proiettare verso l’altro, vestendolo interamente con questi nuovi abiti, i nostri sentimenti spiacevoli. Quindi a questo punto potrebbe darsi che ogni cosa che l’altro ha fatto di buono in passato, ogni gioia che in passato abbiamo avuto da quel particolare rapporto, passi in secondo piano, se non addirittura diventi esclusivamente la sbiadita tappezzeria di una stanza ormai fredda e buia, oscurata dalla delusione. Questa proiezione dell’altro può anche restare immutata per anni, o per la vita intera.

A questo punto il viaggio di auto-miglioramento, la scoperta ed evoluzione di sé attraverso la via del perdono, va maggiormente in profondità. Se non vogliamo soffermarci ai sentimenti di rabbia e risentimento, andiamo più a fondo chiedendoci: quali sono le ragioni del comportamento dell’altro? Aveva un disagio in relazione al nostro rapporto? Andando in questa direzione ci è possibile comprendere il comportamento dell’altro, capire le sue ragioni, entrare in empatia con l’altro e con ciò che è successo. Qualsiasi sia la conclusione a cui arriveremo, entrare in contatto con il punto di vista dell’altro, comprendere i suoi atteggiamenti alla luce di un suo eventuale disagio, a partire dal suo punto di vista, ci aiuta a lasciar andare la carica emotiva più turbolenta, la rabbia e quella sensazione di essere offesi, risentiti con l’altro. Stiamo effettivamente facendo un lavoro di “espansione”, a livello psichico, emotivo, spirituale. Immedesimandoci nell’altro, anche e anzi sopratutto quando la barriera emotiva è così alta, stiamo abbattendo in modo vigoroso quell’illusorio ostacolo di separazione con il resto del mondo, e con gli altri esseri. Stabilendo un ponte di comprensione, empatia, compassione verso l’altro proprio nel momento in cui i nostri sentimenti sono feriti, quel collegamento sarà più efficace; saremo maggiormente connessi col Tutto, avremo fatto un piccolo passo per abbattere le illusorie barriere di separazione. Siamo Uno con l’universo intero, per quanto allo stesso tempo coscienza individualizzata. Siamo al contempo parte di un grande Uno universale, e se l’esperienza della vita è anche quella di scorgere questa unione, di percepire noi stessi come entità di coscienza individuale collegata e facente parte di una grande coscienza multidimensionale, quale migliore occasione di collegamento e unione, se non quella di comprendere le ragioni di un altro essere? A prescindere dal giudizio di bene o male, giusto o sbagliato, qualcosa che spieghi il comportamento dell’altro c’è sempre, se non a livello razionale per lo meno a livello emotivo, o ancora più profondamente a livello “energetico”, e lo sforzo per “mettersi nei suoi panni” è uno sforzo di pura unione.

Una volta accettata la nostra delusione e rabbia, comprese le ragioni e il punto di vista dell’altro, non ci resta che il perdono (fosse facile!), l’accettazione dell’altro per ciò che è nella sua manifestazione, e per quello che lo ha portato al suo comportamento deludente. Non è un atto razionalmente pianificabile, ovviamente. Non c’è una ricetta univoca per riuscire a perdonare. Può però essere un processo più agevole, se ci portiamo l’attenzione come esercizio di evoluzione interiore, se prendiamo l’elaborazione del perdono come una sfida di crescita. E sempre considerando che perdonare non significa per forza dover avere ancora a che fare con quella persona, ma si tratta sempre di un processo interno a noi stessi, teniamo conto che ogni volta che riusciamo a perdonare, anche partendo da piccole situazioni deludenti che ci coinvolgono poco, sino a quelle situazioni che consideriamo “drammatiche”, abbiamo fatto un piccolo passo verso l’espansione della nostra coscienza. Abbiamo fatto un passo verso la percezione di essere parte cosciente di un grande Uno, parte di molti mondi connessi e collegati fra loro, dove a volte “l’altro” è un intero mondo, dove barriere e separazione sono solo un utile “escamotage” per il nostro personale percorso animico di crescita ed evoluzione. Inoltre, quel tipo di delusione, ci capiterà sempre meno, perchè avremo compreso la lezione da apprendere legata a quel particolare tipo di situazione. Mentre restare nella rabbia e nel risentimento, ci porterà ad attirare altre situazioni simili: non come una sorta di “punizione”, o di maledizione, ma semplicemente perchè se in quel disagio c’è una lezione che la nostra anima vuole apprendere, che è utile per noi, allora avremo semplicemente bisogno di altre esperienze simili, con condizioni un po’ diverse magari, in modo da osservare la questione e quel “tipo” di delusione e quel tipo di sensazioni ad essa legate, sempre da un punto di vista un po’ diverso, finchè non troveremo la soluzione interiore per “farci pace”. E giungere quindi al perdono, e ad una maggiore unione.

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