La rabbia, il Cristo e il cavaliere

Nel weekend sono andato al cinema a vedere il film sul Cristo e Maria Maddalena. Mi è piaciuto, credo che l’attore che interpretava Gesù (Joaquin Phoenix), abbia davvero reso bene l’umanità, addirittura la dolcezza, e al tempo stesso il senso di connessione interiore col divino che ogni grande maestro del passato aveva.

Prendo spunto da questo e proprio da un punto cardine degli insegnamenti del Cristo per parlare un po’ della rabbia e delle umane reazioni. Un classico degli insegnamenti di Gesù era: porgi l’altra guancia. L’equivalente orientale di questo, sarebbe il ben noto “non reagire”.

Ora, prendere questi insegnamenti alla lettera, se si parla di sacre scritture o insegnamenti “tramandati”, secondo me è un errore che ci fa ricadere nel solito circolo vizioso dato dalle religioni, se prese con integralismo, e cioè: delegare a qualcosa o a qualcuno “fuori di noi” tutta la responsabilità delle nostre azioni. Hanno detto così, e senza autocritica “facciamo così”. Sono insegnamenti un po’ enigmatici, il cui significato trascende le parole; ricollegandomi al film sopra citato, si vede Gesù che veniva palesemente frainteso proprio dai suoi discepoli, persone che lo avevano lì in carne ed ossa, i quali davano a ogni sua parola carica di significati profondi, una valenza spesso solamente pratica e letterale. Figuriamoci in quanti fraintendimenti può incappare una persona moderna che ricerca significati letterali in parole già di per se metaforiche, pronunciate da un uomo vissuto 2000 anni fa! E tutto questo credo valga per ogni insegnamento spirituale del passato, per ogni cosa “riferita” da altri o da generazioni di altri o da scritture. Ma allora qual’è il modo per fare tesoro di insegnamenti comunque profondi, ancora estremamente attuali se decodificati rispetto al loro significato letterale?

Credo che un buon punto di partenza sia sempre comprendere “cosa significa per se stessi” quel dato insegnamento.

Non reagire.

Porgi l’altra guancia.

Sarebbe a dire lasciati calpestare, in pratica? Sarebbe a dire non ti devi mai arrabbiare? Sarebbe a dire sopporta ogni tipo di sopruso in attesa dell’avvento del famoso regno di Dio in terra che spazzerà via i cattivi con furia cosmica ed eleggerà a leader i giusti?

Ripartiamo dal nostro mondo interiore.

Una costante di questi antichi insegnamenti, indistintamente, era il fatto che consigliavano all’essere umano innanziutto di conoscere in primis se stesso. Essere consapevoli di se stessi, significa imparare a essere padroni delle proprie reazioni, e non al contrario lasciarsi trasportare da esse. Capire quando un’ emozione può essere canalizzata in modo utile e sano in una anche forte reazione, che a quel punto non è più inconsapevole, per quanto anche forte e in apparenza “esplosiva”. Insomma manifestare la propria emotività, ma con consapevolezza. Le emozioni ed i sentimenti che abbiamo dentro, sappiamo che non possono essere sepolti. Possiamo provarci per un periodo, ma le conseguenze sul nostro sistema psico-fisico sono dannose, controproducenti, rischiose per la nostra salute ed il nostro equilibrio. La rabbia, se lasciata nelle caverne buie dell’inconscio, a covare, a fermentare, cresce e da una piccola fiammella può diventare con gli anni un gigantesco incendio sotterraneo. Come una goccia di acido che corrode, se lasciata scorrere nelle vene, corrode con gli anni la nostra psiche in maniera silenziosa, danneggia i circuiti emotivi del nostro cuore, crea un ambiente putrido e malsano ideale per l’arrivo di altri inquilini scomodi ed ingombranti, chiamati depressione, chiamati cancro, chiamati odio. Per carità, se arrivano anche loro sono dei maestri, ma forse nella nuova energia possiamo giocarci qualche carta per imparare la nostra lezione interiore anche senza di loro.

Gesù lo sapeva, e infatti faceva cose come scagliarsi contro i mercanti nel tempio di Gerusalemme con una furia implacabile. Ma sono tanti, quanti i maestri illuminati di cui si ha ricordo, gli esempi di sfuriate e manifestazioni d’ira dei Santi.

Allora forse possiamo provare ad imitarli, e lasciarci prendere dalla furia appena emerge dalle nostre viscere alla prima occasione? Senza prendere decisioni affrettate, riflettiamo su come e quando questi maestri scattavano. Il problema è che da un’osservazione esterna, vediamo solo la manifestazione di rabbia, che apparentemente può essere simile a quella di qualunque persona normale. Ciò che non sappiamo, è quale fosse il processo interiore che accompagnava quella data manifestazione di rabbia, ovvero ciò che si muoveva prima, dentro Gesù o chi per lui, e come ha gestito la sua rabbia “dopo” la sua manifestazione, anche così furiosa e improvvisa.

Mi piace pensare alla rabbia come a un cavallo selvaggio e facile ad imbizzarrirsi. Resterà sempre tale, non sarà mai completamente addomesticato e mansueto. Possiamo lasciarlo nella stalla e farlo uscire di rado, quello ok. E dall’esterno, altri potrebbero ipotizzare persino che quel cavallo non ci sia. Possiamo drogarlo, imbottirlo di tranquillanti o distrarlo con svaghi o sacre scritture o meditazioni, ma lui resta sempre li. E prima o poi esce pure se chiudiamo la stalla a chiave con doppia mandata.

Preso atto che c’è, che esiste, potrà pure starci molto antipatico, possiamo pure ritenerlo una bestiaccia odiosa e pericolosa, ma prima o poi dovremmo averci a che fare.

Ecco, io credo che il Cristo, ad esempio, col suo chakra del cuore aperto e vorticante di luce verde a un miliardo di giri al secondo, abbia deciso non solo di far uscire il cavallo selvaggio, nero e con gli occhi infuocati da anni di prigionia. Io credo che il Cristo abbia provato a cavalcarlo, e che sia stato più volte disarcionato. Credo che non si sia spaventato troppo, che abbia avuto paura di quella bestiaccia ma abbia comunque provato e riprovato a diventare suo amico.

Ha provato a conoscerlo, a stabilire una relazione con lui.

Gesù ha deciso di amare il suo cavallo rabbioso interiore. E ci è riuscito.

E il cavallo per sua natura è rimasto selvaggio, imprevedibile per chiunque, tranne che per Gesù stesso. E un altra cosa… è diventato un suo alleato, un socio, un partner prezioso negli affari interiori (e quindi esteriori, con le persone) di Gesù. Tanto da poterlo richiamare al momento ritenuto opportuno, per essere cavalcato con consapevolezza, per irrompere insieme a lui nel tempio o in qualsiasi altro momento ne avesse bisogno, per se stesso e per gli altri, per dare loro un preciso messaggio o anche solo affinchè osservassero il suo esempio di “abile cavaliere”.

Forse il suo trucco, e quello possibile per chiunque altro, è conoscerlo talmente bene da sapere quando è il momento di aprire deliberatamente la stalla, attendere che esca veloce e impetuoso e saltargli in groppa in corsa, con grande destrezza. Prevedere i suoi calci, i suoi salti, dirigerlo senza imbrigliarlo, con la guida dell’intuizione e dell’amore. E gestirlo anche nel suo galoppante ritorno dentro la stalla, capire quale atteggiamento (interiore) utilizzare affinchè, una volta uscito e fatto il suo utile giro su quella giostra all’apparenza folle, si calmi un po e rientri nella stalla e non rimanga a galoppare per giorni incontrollato nelle pianure e nelle foreste della mente e del cuore e dello stomaco.

Credo che alla fine ognuno nella propria quotidianità possa utilizzare le occasioni poste dinnanzi a se dalla vita per incontrare e conoscere la propria rabbia, e provare a domarla un po, un poco alla volta, con tentativi, cadendo da cavallo anche, travolgendo altri anche a volte, è da mettere in conto. Imparando magari a tenerla nella stalla quando ci rendiamo conto che è una giornata, o una particolare situazione ricorrente, in cui tira calci troppo feroci e pericolosi per noi e per le nostre relazioni con gli altri. Imparando a poco a poco le situazioni in cui possiamo invece lasciarla uscire, manifestarla, fare una piccola cavalcata in modo da esprimerla, in modo che anche le nostre relazioni con gli altri ne siano arricchite: “anche lui ha un cavallo nella stalla, ok ne prendiamo atto, lo sta esprimendo, ne teniamo conto emotivamente nella relazione tra noi….”

E col tempo forse potremmo diventare abili nel richiamare quel vecchio amico al momento giusto, e molti intorno a noi crederanno che sia morto, o che lo abbiamo dato via, che la stalla sia vuota. Ma resterà sempre con noi, pure se diventassimo come un Gesù, o un Buddha, o come un umano evoluto che ha imparato che gestire la propria rabbia significa diventare suo amico.

Conoscerla.

Amarla.

Amarsi.

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