Intenzione e coerenza con il proprio centro

Intenzione, coerenza, chiarezza. Secondi fini, fare un azione sperando di ottenere qualcos’altro, usare la propria parola intendendo, o sottointendendo, un messaggio diverso.

Come creatori consapevoli della nostra realtà, la ricerca della coerenza con noi stessi, e con la parola che esprimiamo, riveste un ruolo centrale nel cammino di auto-evoluzione. A chiunque non sia ancora un maestro asceso, per quanto risvegliato, consapevole o parzialmente illuminato, capita di non riuscire a mantenere una coerenza del genere, almeno di tanto in tanto, per quanto si sforzi di farlo.

Quando attraversiamo le tematiche di vita più scottanti e centrali, anche la nostra “integrità” interiore viene messa a dura prova. Riconoscere le proprie incoerenze, come qualsiasi aspetto disfunzionale del sè, credo sia il primo passo per ritrovare una coerenza e un’integrità interiore.

Credo che per restare in equilibrio nel flusso dell’energia e degli eventi, sia appropriato che anche il nostro agire resti coerente con il nostro intento, con la nostra parola, e con l’autenticità dell’azione che intraprendiamo. Insomma, ogni volta che intraprendiamo un’azione in una certa “chiara” direzione, ma ci aspettiamo tramite quell’azione di arrivare anche ad altro, grazie in fondo a una sottile manipolazione nostra e degli altri, stiamo creando le basi per quel disequilibrio energetico che porterà un risultato che noi probabilmente percepiremo come distorto.

Ad esempio se Al fosse uno sceneggiatore, e avesse una sceneggiatura pronto per la messa in scena teatrale, potrebbe decidere di frequentare Bob, noto regista di teatro. Al è un uomo che ritiene di avere una propria integrità. Al fa meditazione, è una persona che si ritiene spirituale, ha fatto molti percorsi di consapevolezza nel corso della sua vita, e ricerca profondamente la propria evoluzione e illuminazione.

Al, d’altro canto, ha un tema di vita che lo porta spesso a rimanere senza lavoro. Nella vita ha fatto un pò di tutto, ma come sceneggiatore ha senz’altro talento, ed è anche riuscito a volte a vedere messe in scena diverse sue storie, ma senza mai arrivare al successo che si aspettava. Al trova il suo equilibrio nell’andare a letto presto e svegliarsi all’alba, fare yoga, e iniziare presto la sua giornata con i suoi vari impegni, compreso il suo quotidiano appuntamento con la sua amata scrittura e con la propria ricca immaginazione.

Ad una festa di alcuni amici ben inseriti nell’ambiente del teatro della propria città, conosce Bob, noto regista di livello nazionale; i due si stanno simpatici. Bob però fa una vita molto diversa da Al. Bob ha una vita sociale molto più movimentata, va spesso alle feste, fa tardi la notte, va per locali e circoli selezionati nei quali incontra molti intellettuali, snob, che contano.

Al comincia allora a pensare che quell’incontro sia un vero e proprio “segnale dell’universo”. Al, avendo la sua integrità, sa che non è appropriato manipolare i rapporti per ottenere un certo fine. D’altro canto Bob gli sta simpatico, hanno una sintonia, si trovano a fare discorsi molto interessanti sul teatro, sulla vita, sulla filosofia, e anche delle grasse risate per via del buffo senso dell’umorismo che li accomuna. E così Al inizia a frequenare il Bob e il suo giro di conoscenze, dicendosi “Bhe, è una brava persona, può diventare un amico, del resto faccio sempre così poca vita sociale, perchè non frequentarlo più spesso?Poi se… bhe… se dovesse capitare che un giorno gli faccio leggere una mia sceneggiatura… e a lui piacesse… ma che male ci sarebbe in fondo?”

Al e Bob fanno spesso le 3, a volte le 6 del mattino. Al inizia a fare molte eccezioni al suo stile di vita sano che così ben lo aiuta a rimanere connesso con sè stesso, centrato, in costante auto-osservazione di sè. Dorme poche ore, e questo non concilia nemmeno la sua fucina interiore di idee. E se Bob è una persona piacevole da freuquentare, i suoi amici lo sono un pò meno. Abbastanza snob, sono spesso giudicanti e Al non si trova a suo agio con loro. Dopo alcuni mesi, lo stile di vita di Al è discretamente cambiato, così come il suo umore. Non ha ancora avuto occasione di parlare davvero con Bob, o con qualcuno dei suoi influenti amici, dei propri lavori di sceneggiatura. E più la stanchezza avanza, più Al si trova a dirsi “dai, ancora un’altra festa, vedrai che stavolta troverai l’opportunità giusta di conoscere qualcuno che conta… e ovviamente buoni amici, e… e… rapporti sinceri e…. bhe insomma, relazioni aiutentiche e…..” e Al, come spesso accade a chi porta una profonda autenticità nel proprio cuore, una mattina si rende conto che sta cercando di far prendere alla propria vita, alle proprie frequentazioni e alle proprie abitudini, una piega che non gli appartiene. In quella mattina di stanchezza, Al si rende conto che ha forzato tutto, negli ultimi tempi. Bob gli era davvero simpatico sin dal principio, ma faceva uno stile di vita incompatibile con Al. Lo avrebbe davvero frequentato così spesso se non fosse stato un famoso regista? Davvero avrebbe rinunciato alle proprie sane abitudini se non ci fosse stato un altro fine “secondo”?

Al aveva ammesso da subito con se stesso che grazie ad un’amicizia con Bob poteva cogliere due piccioni con una fava. Ora però inizia a rendersi conto che forse i loro stili di vita erano incompatibili dal principio della loro frequentazione, e che se non fosse stato un regista, bhe, non avrebbe mai frequentato una persona che tarda la sera oltre le 22,30!

Lasciando Al alla sua esperienza, si potrebbe riflettere su quante volte capita di intraprendere un’azione per ottenere in realtà anche qualcos’altro. Credo che aiuti chiedersi sempre, per un agire consapevole, perchè sto agendo in quel modo. Sto frequentando un gruppo di persone che non sono in sintonia con me solo per conoscere meglio una possibile compagna? Se lei non fosse parte di quel particolare ambiente, mi comporterei allo stesso modo? Sto forzando me stesso e le mie abitudini per ottenere un secondo fine?

Non sto dicendo che un’azione non possa comportare in maniera naturale più di una finalità, più di un obiettivo, più di una conseguenza. Semplicemente ritengo che se per ottenere qualcosina “in aggiunta” sotto banco, più o meno consciamente, sacrifichiamo qualcosa di noi stessi (nel caso di Al era il suo stile di vita equilibrato), anche un piccolo aspetto di Sè che per noi sia importante, ecco che creiamo uno squilibrio energetico nella successiva manifestazione della realtà. Gli eventi faranno comunque il loro corso, le nostre aspettative probabilmente non coincideranno con i reali potenziali delle situazioni, ed in ogni caso avremmo perso energia, e probabilmente sacrificato il nostro centro energetico e psicofisico.

Credo che il naturale corso degli eventi sia sempre la risposta. Per conoscere una potenziale compagna da cui siamo attratti, forse il modo migliore di farlo è intraprendere un’azione che sia chiara, nei suoi confronti e sopratutto chiara rispetto al nostro intento: ed ecco che decido, invece che girare intorno a un gruppo di persone con cui non sono in risonanza, di invitarla una sera a cena, da soli. E questo sarà nella naturalezza delle cose. Se incontro un regista che potrebbe aiutarmi a mettere in scena una mia sceneggiatura a cui tengo molto, in maniera diretta gli chiedo se è interessato a leggerla. Se faccio un dottorato di ricerca all’università e inizio a non dormire la notte per scrivere una pubblicazione che colpisca il professore, a trascurare il mio equilibrio e il mio tempo per ricaricarmi, il mio sano e funzionale tempo libero, a fare supplenze straordinarie non pagate e tutto questo perchè mi “aspetto” che potrei ottenere un successivo lavoro a tempo indeterminato come assistente del professore, o lettere di raccomandazione per altri lavori, ecco che di fatto sto agendo non per passione del lavoro o buon cuore: o almeno, non solo. Quel tanto di azione in più che sacrifica anche solo temporaneamente un’aspetto importante di sè, credo ci dia la misura in cui non stiamo agendo per il fine “autentico e naturale” relativamente a quella situazione, bensì per un fine nascosto, che in un modo o nell’altro ha a che vedere con l’ego.

Aspettarsi di ottenere qualcos’altro rispetto alla natura palese di una certa situazione, è forzare le cose, a mio avviso. Restare nel flusso, cavalcare l’onda degli eventi e dell’energia in sintonia con il proprio centro, non abbisogna di forzature o sacrifici: semplicemente accadrà ciò che è appropriato, in quella circostanza, per il nostro massimo bene. Che a volte, anzi spesso, non è ciò che ci aspettiamo. Resistendo all’impulso di voler ottimizzare ogni situazione, e alla smania di spremere il miglior risultato immaginabile da ogni circostanza, ristabiliamo forse quell’equilibrio del semplice “permettere” che in definitiva consente al meccanismo della nostra divinità interiore, di manifestarsi nel modo per noi più “proficuo” possibile.

Proficuo a livello di evoluzione interiore.

E quindi, come sempre, anche in termini di successiva abbondanza materiale.

Anche se quasi mai sarà il particolare modo che noi ci aspettavamo.

 

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