Inferno: biglietto andata e ritorno

La paura è da sempre ciò che ha il potere di tenere chiuso il cuore degli esseri umani.

E’ il contrario dell’espansione, a livello energetico, ma pure come sensazioni fisiche, se ci facciamo caso. E molti dicono che, finchè stiamo su un livello di dualità, il contrario dell’Amore sia proprio la paura, non l’odio, ma la paura. In dimensioni superiori questa distinzione non esiste, pare non abbia senso; la paura, “inventata” in quell’universo espressione di un’unità, di un tutto, di un Dio il cui scopo, misterioso, è senza dubbio in parte quello di auto conoscersi, di fare esperienza di Sè.

Quindi nelle dimensioni elevate addirittura la paura è fatta della stessa sostanza dell’amore. Perchè in fondo essa non è altro che uno strumento per espandersi, un muro alto e robusto che erigiamo “animicamente” solo per porci la sfida di scavalcarlo, di andare oltre. E’ quel limite fittizio senza il quale non potremmo fare l’esperienza di contemplare l’amore infinito che in realtà siamo, l’essenza di cui siamo fatti e che, potrà anche non piacere ai più, abbraccia anche la paura stessa.

La quale resta, di fatto, uno strumento di espansione. Un elaborato arredo scenico del grande dramma. Complesso, spaventoso, realistico. Ma pur sempre solo una componente finta di un palcoscenico incredibilmente verosimile.

Immaginiamo di incontrare un’aliena, che per sua natura può volare, vagare libera in tutto l’universo senza restrizione alcuna. Bella, felice, inarrestabile. Immaginiamo che quest’aliena, che per sua natura è anche curiosa, ci senta parlare della libertà. Non capirebbe il concetto, se spiegato a parole, poiché non concepisce di vivere un’esperienza senza quella stessa libertà che ha sempre avuto.

L’unico modo per farle capire, sentire, sperimentare di cosa stiamo parlando, sarebbe privarla della stessa libertà che per sua natura, pur senza capire di cosa si trattasse, ha sempre avuto. Con una garbata proposta di auto-conoscenza, potremmo incoraggiarla a passare un periodo in un ambiente palesemente sgradevole, chiamato cella. E comprendere cosa sia la libertà sperimentando semplicemente… il suo opposto! Che idea, questa dualità!

La prigione ideata con il solo fine di sperimentare, in seguito, la libertà. E’ stata un’idea coraggiosa.

Il problema con le prigioni è che, quando ci si sta dentro, si può avere la sensazione di essere condannati all’ergastolo. Forse proprio perchè esiste in un paradigma la cui sostanza di fondo è l’eternità, la paura stessa può apparire come intrisa di quella stessa eternità che permea ogni coscienza.

Come se nello stato in cui il cuore è avvolto dalla paura, le nostre percezioni invece di espandersi si restringano, e un raffinato ologramma con l’immagine di una fila di sbarre appare innanzi agli occhi del cuore e della mente. E noi vaghiamo per le nostre giornate cupe, vediamo il mondo intorno, sentiamo le emozioni, proviamo i sentimenti, ma osservando noi stessi e il mondo attraverso le sbarre. Ma si tratta solo di un’illusione. Un ologramma che dal punto di vista psicologico, emotivo ma anche fisiologico, è una tecnologia interiore molto efficace ed avanzata. E ripeto a un livello molto, molto, molto elevato fu ideato, progettato e realizzato da noi stessi pur di farla, questa esperienza nella dualità.

A questa illusoria caratteristica della paura si lega l’idea, antica quanto l’uomo (e chissà, forse molto di più), di inferno. Insomma da quando l’essere umano si interroga sulla propria essenza e sui regni al di là della vita fisica, il concetto di inferno è sempre apparso a intervalli regolari nelle varie scritture, come un’ospite indesiderato che regolarmente si ripresenta con abiti differenti, con una parrucca, con occhiali e naso finto, ma in fondo è sempre lui, e lo riconosciamo. A volte è travestito da inferno classico, in quella rappresentazione così infantile e dantesca di anime dalle sembianze umane che patiscono sofferenza e torture. O ancora nella ben più raffinata ed evoluta idea orientale di un’eterna incarnazione in vite fisiche dalle quali sia (quasi) impossibile emanciparsi, e la cui componente di fondo, al di là di qualche gioia e soddisfazione, resta sempre una prigione intrisa di sofferenze fisiche e mentali. O nelle pittoresche rappresentazioni delle antiche civiltà, i cui posteri sciamani continuano ad esplorarlo (o meglio, ad esplorare ciò che pensano sia inferno) nel corso dei loro viaggi interiori e visioni date dalle piante allucinogene.

Per carità, tutte queste scuole spirituali davano senz’altro per lo meno un’alternativa, a questa dannazione eterna, cioè la loro particolare via religiosa di salvezza.

Ma osservando con l’occhio di un “adulto spirituale” questo fantomatico inferno da cui tutti vogliono stare lontani (e che se esistesse sarebbe ormai decisamente sovraffollato, forse oggetto per questo di un bel servizio di denuncia delle Iene), ci rendiamo conto di come in un certo senso esso esista dentro di noi, in un luogo interiore, della psiche e del cuore, in cui è possibile sperimentare sul serio una forte sofferenza, quasi infernale, poiché c’è la sensazione che non finirà mai. Le sofferenze della mente presentano delle caratteristiche molto simili, almeno a livello simbolico, ad un inferno. Ma anche la vita di una persona colpita da molteplici malattie, o da disabilità, potrebbe apparire infernale. Vogliamo ricordare forse le grandi deportazioni e stermini vissuti da alcuni nel secolo scorso? Loro probabilmente avevano l’impressione di trovarsi all’inferno. Insomma, del resto quando c’è una forte dose di paura, insieme a prigionia, sofferenza fisica e mentale, senza una via di fuga, senza sapere quando finirà, il tempo rallenta, e se il tempo rallenta ne abbiamo una percezione “infinita”, di eternità. Non è forse questo un autentico inferno?

Non dimentichiamo, al di là dell’esperienza infernale stessa, le motivazioni dello stesso. Qualsiasi sia la sua forma, l’inferno sarebbe sempre una sorta di punizione, viene dipinto così. E’ legato ad una concezione punitiva dell’uomo, dell’universo, una concezione punitiva di Dio. L’uomo peccatore, l’uomo indegno, l’uomo privo della sua scintilla interiore.

Ed ecco che quindi il senso di colpa chiude il quadro. Un bel mix esplosivo, non c’è che dire.

Paura, senso di colpa, eternità. Claustrofobia. Abisso. Oblio.

Il vero gancio energetico di questa faccenda è la condanna eterna. Il grande raggiro (ripeto, comunque utile per la nostra esperienza di auto-guarigione da un’ipnosi collettiva), è questo proiettare una qualità divina, l’eternità, su qualcosa di opposto al divino, di opposto all’amore.

Tutto il resto, almeno a livello psicologico, lo si attraversa prima o poi. Il grande inganno è solo che sia eterno. Può essere estremamente lungo, può apparire infinito, ma non lo è.

Ma così come abbiamo la libera scelta di finire nel nostro personale inferno, noi abbiamo la scelta, e il potere, di tirarcene fuori.

Comprendendo questo, poi nel corso della vita, o delle vite, o nei percorsi della coscienza nelle dimensioni superiori, si può superare ogni cosa. Qualsiasi trauma, qualsiasi karma. Nel grande viaggio del fare l’esperienza di Sè, proiettiamo sull’altro la nostra stessa immagine, e quindi l’altro ci fa da specchio. E ogni gradazione dell’esperienza porta un insegnamento, anche subire esperienze sgradevoli, o infliggerle. Ma così come da ogni trauma causato da altri possiamo risollevarci, comprendere l’insegnamento e andare avanti, così anche chi interpreta il ruolo del più feroce carnefice, ha la possibilità di elaborare e superare l’enorme mole di sensi di colpa dati da quell’esperienza. Un criminale che in vita uccide e fa soffrire il prossimo senza sentirne la colpa, potrà farci i conti alla fine della propria vita, o magari cento vite dopo, ma semplicemente perchè ha scelto a livello profondo che sia così. Ha scelto un paradigma in cui si osservano sempre entrambe le facce della medaglia. Anche i più spietati esseri umani della storia, hanno la possibilità di fare i conti con se stessi, e quindi di accettare la propria oscurità più inaccettabile, più raccapricciante, e quindi redimersi. In parte l’inferno è proprio questo, forse, osservare come l’energia che muoviamo e come il nostro rapportarci al mondo causa conseguenze, per gli altri e siccome loro sono specchio, per noi. Anche il male più grande che possano farci, in fondo, è solo passeggero. Se anche pensiamo che entità oscure possano tenerci in ostaggio la mente, per vite intere, non sarà in eterno. Se qualcuno ci toglie la vita, se qualcuno toglie milioni di vite, è forse un “male” così estremo da meritare una condanna eterna? A livello karmico può comportare un’eternità infernale? Sarebbe anche una punizione non proporzionata, ammesso di essere in un sistema punitivo. Chi muore prosegue il percorso nell’aldilà, e prima o poi comunque risolverà il trauma dato da quel carnefice. Ma allora perchè il carnefice dovrebbe avere un contraccolpo così sproporzionato come una eterna dannazione? Se è passeggera la sofferenza subita, se è limitata e superabile per quanto intensa, se è sempre e comunque propedeutica ad una compresione profonda di Sè e ad un’evoluzione, perchè non dovrebbero essere passeggere a loro volta le ripercussioni sul carnefice stesso delle proprie azioni più efferate?

Io credo che l’inferno, o meglio la percezione di una eternità di sofferenza, sia dato dall’unico giudice veramente temibile: il nostro, quello interiore, quello psicologico, che sia in questa dimensione o in altre il luogo in cui andremo ad incontrarlo. E quel giudizio interiore, quella condanna di noi stessi, mista alla paura, prima o poi verrà superata, e ogni crimine perdonato, ogni trauma superato.

Nell’eternità dell’espansione, nell’eternità dell’unica cosa che “sempre sarà”: l’Amore che siamo.

Poi il viaggio all’inferno prima o poi si fa.

Ma rallegriamoci: non vendono biglietti di sola andata.

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