Eternità

C’è un qualcosa che per la mente umana è tanto difficile da afferrare e da accettare, quanto balsamico e ristoratore. Non ho usato la parola “un qualcosa” a caso. Non si tratta di un concetto, nè di un’idea. Una sensazione? Forse una percezione. La verità è che non essendo realmente comprensibile con la mente, questo qualcosa è anche indefinibile con il linguaggio che dalla mente stessa scaturisce. Eternità.
Questa sconosciuta. Una parola che, se ci facciamo caso, nella vita di tutti i giorni raramente pronunciamo. Forse pronunciamo più spesso Dio, o il nome di un angelo con cui ci sentiamo in contatto, o santi e chi più ne ha più ne metta. O forse, per molti in realtà, nemmeno quelli. Ma eternità.
E’ una parola che porta con sé implicazioni molto profonde.
La nostra mente è una maestra nel proteggerci, e nel proteggersi, da ciò che teme. La mente teme ciò che non conosce. E guarda caso cosa le viene particolarmente difficile conoscere? Bhe, l’essere umano stesso del quale fa parte. Un essere con una componente divina eterna, ma anche, senza andare così lontano, con un subconscio, che per la mente lasciata a se stessa, non sono comprensibili. La mente vuole calcolare, definire, mettere limiti e paletti, tracciare grafici statistici e scrivere nozioni enciclopediche.
La mente è intimorita, spaventata, terrorizzata dal concetto di eternità. E’ intimorita da tanta profondità negli abissi del tempo, anzi essendo uno strumento utile nell’ambito del tempo spazio, se le togli il concetto di tempo lineare, va proprio in tilt!
Nessun inizio e nessuna fine? ERRORE DI SISTEMA. FATAL ERROR. Please contact support. Questa mente si autodistruggerà fra 3…2…1…

E’ spaventata dalla vastità, dall’incalcolabilità e dalle implicazioni derivanti dalla possibilità di esistere per sempre. Forse la mente ha paura che se siamo eterni, possiamo anche vivere un inferno eterno. Forse teme la solitudine di tanto tempo a disposizione. Forse la mente, che non riesce a staccarsi da un’idea almeno un po’ fisica dell’esistenza, si immagina di vagare, magari anche senza un corpo, a questo ok ci può arrivare. Vagare sola, nello spazio profondo, fra stelle e nebulose, buchi neri e supernove, galassie inarrivabili, inafferrabili, intangibili per un’essenza ormai priva di ogni legame con la materia ma comunque intrappolata in essa. Per poi veder svanire anche queste ultime luci, baluardo di un mondo nel quale se non un senso, ha trovato almeno compagnia, e una distrazione da sè stessa, e dalla disarmante solitudine che tanto teme. Le ultime galassie visibili si spengono, e un orizzonte freddo, buio, ma soprattutto vuoto, le si presenta davanti.

Questa è la mente. Ed una sua possibile versione dei fatti. Il suo lavoro lo fa egregiamente, ci protegge da ciò che non comprende tramite uno stratagemma efficace e ben rodato, la paura.
Se accettiamo che la mente dica la sua, ne prendiamo atto, e rispettandola, lasciamo parlare altre parti di noi, più sagge (e non fornite di capacità degne di un abilissimo terrorista professionista), la faccenda cambia e non poco. Se la conoscenza di sé porta unione e connessione, completezza e pienezza, la questione “eternità” assume capacità terapeutiche, anziché terroristiche. L’idea di un’eternità che ci appartiene, intrinseca nel nostro essere, è una medicina potente anche per i mali più terrestri.
Siamo sempre stati, sempre esistiti, abbiamo sempre avuto coscienza di esistere, di essere, di essere un’entità, e sempre lo saremo. Questo spazza via ogni dubbio, ogni preoccupazione, se anche solo per qualche istante riusciamo a sentire che è verità. Una eternità in cui l’esperienza di sé, la conoscenza di sé, non ha fine ne limiti.
Un essere creatore di mondi che non ha inizio ne fine. Certo, poi lo sappiamo che è un’esperienza che abbiamo scelto, quella dei limiti, del corpo, dei confini. Ma in fondo si tratta dell’esperienza di “fingere” di avere dei confini. E come nei migliori sceneggiati tragicomici, ciò che l’attore interpreta come drammatico e spaventoso, per il pubblico è anche buffo e divertente.

O forse è la nostra insicurezza di fondo, che ci impedisce per la maggior parte del tempo di sentire questa assenza di limiti. Pensiamo di non meritarcelo, non riusciamo a immaginarci che cosa potremmo fare con tutto questo tempo a disposizione.
Portare l’attenzione sul fatto che la nostra esistenza non ha avuto un inizio ne avrà una fine, però, ha anche la capacità di ridimensionare la quotidianità e portare una pace davvero irraggiungibile in altri modi. Ci sono tante emozioni positive e sentimenti autentici che possono migliorare la nostra vita. Relazioni d’amore sincere, un lavoro appagante e appassionante, ridere di gusto, abbondanza economica, buoni amici. Penso che si possa davvero trovare una felicità assolutamente reale e concreta, genuina, in tutte queste cose. Tutto questo serve, ha senso, è parte del senso dell’esperienza umana. Unendo tutto questo però, alla consapevolezza che la gioia raggiunta non terminerà con la morte del corpo, che c’è davanti (e dietro) a noi un’esistenza infinita nella quale fare esperienza ancora e ancora di queste cose belle e di molte altre ancora che non riusciamo al momento nemmeno ad immaginare, ci portiamo ad un altro livello di pace e di pienezza. Certo dovremo sforzarci di cambiare, al cambiare della forma, al cambiare del nostro veicolo di manifestazione nella realtà. Ma se non finiamo, in fondo, non ha molta importanza. Temiamo la fine di ogni cosa bella che abbiamo, temiamo la morte delle persone care, temiamo di restare soli, perché in fondo la fine delle esperienze belle in questa vita, ci ricorda che anche noi dovremo terminare l’esperienza di questa identità umana, un giorno o l’altro. E terminare anche l’esperienza dell’essere un umano. La fine di un ciclo, un ciclo che ci è sembrato eterno ma che è passato anche veloce come una nuvola spinta dal vento, come il battito del nostro cuore, o il lampo nella tempesta. E anche quella fine, la fine di un tipo di esistenza che sentiamo così nostro perché ha coinvolto così numerose espressioni di noi stessi durante le incarnazioni, arriverà. E non sarà la FINE. Solo un nuovo inizio, un rinnovamento di un’esistenza in cui cambiamo sempre, ci conosciamo per come siamo e poi passiamo ad un altro livello di conoscenza, trasformandoci, fino a dimensioni delle quali la mente non ha idea, nè memoria, e di cui probabilmente non avrebbe nemmeno senso parlare.
Un eterno rinnovare l’essenza per affermare che siamo, e che conosciamo sempre meglio CHI siamo. Senza una fine nè un inizio, solo un lento rincorrersi di fulminee, immense scintille di creazione, che pulsano e fluttuano e tornano a se stesse dopo millenni di inconsapevolezza, solo per fare esperienza di cosa significa poter creare tutto, e scegliere di fingere di non avere alcun potere.
La nostra eternità è il balsamo che può lenire ogni ferita, la fonte di energia infinita che ci può dare la forza interiore per affrontare ogni giornata buia, ogni periodo difficile, ogni perdita all’apparenza incommensurabile, ogni vuoto incolmabile.

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