Amnesia spirituale

Perché molte persone che intraprendono un percorso spirituale a volte poi sembrano dimenticarsi, quasi, del grado di consapevolezza che avevano raggiunto? Penso che la stessa cosa succeda anche a chi inizia un percorso di indagine interiore apparentemente slegato dalla spiritualità. A chi non è mai capitato, rivedendo magari una persona che anni prima era molto dentro ai ragionamenti diremmo “metafisici”, ad un certo tipo di consapevolezza, trovarsi davanti una persona che si è apparentemente “dimenticata” tutto? Non solo a livello intellettuale, precisiamo. Anche a livello comportamentale. Anche chi non si inquadra in una specifica e unica scuola di pensiero, filosofia o religione, attingendo magari da vari punti di vista, avrà comunque tutta una serie di punti comuni nell’atteggiamento, nei ragionamenti, nei modi, che lo accomunano ad altri sulla sua stessa frequenza, diremmo in generale “in cammino”.
Succede che alcuni perdano anche quei modi e quegli atteggiamenti consapevoli. Non sentono più quella connessione con “lo spirito”, diremmo. Ragionando su questo fenomeno, mi pare di notare che esso abbia due velocità tra loro parallele e concatenate. Da un lato, chi si allontana dai percorsi di consapevolezza interiore e spirituale, lo fa perché si trova senza dubbio a un momento bloccato del percorso della sua stessa vita, magari in un momento stagnante e in cui l’energia intorno alla sua vita non si muove gran che. Questo blocco è in parte dato dal fatto che probabilmente, tutto il lavoro su di sé precedentemente fatto ha funzionato bene, ma proprio bene, fino a far emergere un punto nodale di difficile superamento per quella persona. Stiamo parlando ovviamente di uno scoglio interiore, dato dall’intrecciarsi di tutte le variabili del caso, che siano quindi psicologiche, legate a traumi di questa vita, o di vite precedenti, a patterns comportamentali o situazioni ricorrenti, diremmo karmiche.
Accettare chi si è realmente è forse il lavoro più difficile del mondo, e credo che una persona sul cammino di consapevolezza si trovi a doverlo affrontare in modi talvolta davvero scottanti. Ed ecco che una parte inconscia di sé, forse, si rende conto che questo disagio che sta emergendo, questa sofferenza, è legata al fatto che, qualsiasi fosse il nostro modo per avvicinarci alla nostra anima, è proprio il percorso, il cammino, la consapevolezza stessa che la sta facendo emergere. E immagino che per questo molti si tirino indietro, e si raccontino le migliori scuse per motivare un distacco dal loro percorso, nella speranza di mandare indietro le lancette della loro consapevolezza a una fase precedente in cui, per quanto poco consci, almeno avevano una parvenza di benessere. Ovviamente non è possibile regredire davvero nella conoscenza di sé.
Immagino si chiedano: non si stava meglio prima quando si sapevano meno cose su di sé?
Poi magari arrivava la botta di dramma, l’incontro ricorrente con chi ci faceva soffrire, la cosiddetta sfortuna cronica ma della quale almeno potevamo incolpare qualcosa fuori di noi, che fosse Dio, il mondo violento o una malasorte particolarmente tirannica. Ma almeno nei momenti di stasi ci si poteva ritirare in una zona di comfort in cui c’era l’illusione che non siamo noi stessi a manifestare la realtà che creiamo con la nostra energia.
E credo sia ragionando così che alcuni semplicemente ritrattano, iniziano a dirsi che:” sono solo fantasie”. Magari alcuni vanno da uno psichiatra o da un neurologo pur di sentirsi dire da voce “autorevole” che si è solo in preda a una psicosi, esiste addirittura una patologia, mi pare, che hanno coniato apposta per chi crede che esista la legge dell’attrazione.
Altri magari si limitano a distaccarsi pian piano dalla meditazione, dalle letture, dai vari percorsi interiori, a piccoli passi tornano in uno stato di inconsapevolezza, dove i progressi precedentemente fatti ovviamente esistono, e probabilmente basterà una spolveratina per farli riemergere, ma al momento sono latenti. E così semplicemente “non si medita più”, o non ci si crede più poi tanto, o “tanto non funziona”.

Il fatto è che è vero, che sembra non funzioni. Se ci si ritrova a dover fare un cambiamento che fa troppa paura, o dinnanzi ad un aspetto di sé troppo difficile da accettare ed integrare, e ci si inizia a intontire con distrazioni di qualsiasi tipo pur di non pensarci, a quel punto veramente nulla che abbia a che vedere con l’energia, sembra più funzionare. O almeno, immagino che da quel punto di vista del cosiddetto “deluso” dall’energia, le cose siano così. In realtà funziona benissimo, proprio perché nulla si muove. E come potrebbe? Se ci si è dissociati da quelle verità, se ci si è dissociati dall’auto osservazione di come il flusso della vita si muove e danza con noi, se ci si è dissociati da sé stessi pur di non affrontare qualcosa che ci appare come una montagna da scalare. Bhe allora meglio accamparsi ai piedi della montagna e convincersi che il viaggio finisca li? Iniziare a sopravvivere, invece di cercare nuove terre rigogliose della nostra coscienza, invece di lasciarsi trascinare attraverso quella fatica, quel dolore, dalla nostra curiosità, dal piacere della scoperta di sé, dallo slancio verso il nostro divino interiore?
Non è un percorso facile a mio avviso. Personalmente ovviamente non mi ritengo immune dal rischio che un giorno incontri un aspetto di me talmente inaspettato e sconcertante da abbandonare il viaggio, almeno consciamente. In realtà non lo si abbandona mai. Ma farlo in modo consapevole ha i suoi vantaggi. Io davvero mi sto interrogando da “profano del rifiuto spirituale” (almeno per il momento). Il mio momento di stallo fu anni fa, sotto la forma di depressione, ma se devo essere sincero per quanto stessi malissimo non ho mai dubitato delle questioni spirituali. Magari pensavo di essere finito all’inferno, ok, ma non mi è mai passato per la mente che la risposta ai miei mali fosse abbandonare i sentieri battuti, più o meno condivisibili, che attraversano il viaggio verso il proprio divino interiore. Di fatto ebbi uno stop brusco, ma non saprei dire cosa passa per la testa invece di chi ha un disagio altrettanto profondo ma che invece di fermarsi, come il mio inconscio mi costrinse a fare, avanza escludendo dall’equazione della propria vita il lavoro su di sé.
Io penso che una buona soluzione, e questa secondo me è la seconda velocità della questione, è mantenere una propria “disciplina” nella ricerca, un focus più cosante possibile, anche dinnanzi allo scoglio interiore più impervio. Uno stratagemma per chi sente che sta attraversando questo allontanamento, è forse ri agganciare pian piano le questioni spirituali, con umiltà, a piccoli passi, consci che si è nel disagio. Magari ri cominciare a meditare. Ricominciare a leggere qualcosa su questi argomenti. Anche solo pregare con regolarità. Darsi una disciplina nella propria ricerca, pure se sembra non avere alcun esito. Il portare l’attenzione sulla propria anima, con qualsiasi strumento il proprio sentire suggerisca, innesca un meccanismo che porta alla soluzione, secondo me. Porta anche all’alleggerimento della fatica che proviamo ad affrontare noi stessi. Mantenendo un contatto con i propri percorsi o trovandone di nuovi. Ma tenere un minimo contatto col proprio mondo interiore. Così a mio avviso non ci si distacca troppo dalla riva, non si finisce in mare aperto in mezzo alla tempesta della propria inconsapevolezza.
Chissà, magari ci capiterà di svegliarci un giorno e dire:” cavoli, ma perché avevo dimenticato tutto ciò che sapevo? Perché uso la mia mente come una pattumiera da cui far uscire parole inconsapevoli e in cui far entrare gli sproloqui e la spazzatura psichica di altri? Perché lascio andare il mio corpo alla deriva, come fosse invece che un tempio, una discarica abusiva? Perché considero la mia anima qualcosa di lontano, una specie di tappezzeria della mia vita e non una parte interattiva con me, un co attore della mia esistenza? Perché considero l’energia che muove il mondo un rigagnolo prosciugato dalla calura estiva invece che un flusso potente e omnicomprensivo che avvolge ogni cosa e fa danzare tutti, me compreso, al ritmo della vita e della propria divinità? Perché ho creduto a chi mi diceva che è solo tempo perso o, peggio, una patologia? O, addirittura, ho deciso che erano tutte un mucchio di stronzate spirituali? Quando ho smesso semplicemente di pensarci, di sentire quella connessione, e perché, visto che andava via pian piano, non ho teso una mano per riavvicinarla a me? Da quando ho iniziato a pensare che almeno un po’ di manipolazione sulle persone serva per i propri scopi, caso mai l’universo non mi servisse con piena abbondanza? Perché ho perso fiducia nel mondo e do potere alla vecchia energia parlandone e spaventandomi come se fosse una minaccia reale?”
La buona notizia è che siamo immersi nell’energia e la nostra scintilla divina non si spegne mai in realtà, e se un tempo si era Mastri focai, per riattizzare il fuoco della consapevolezza non sarà necessario rifare il percorso tutto daccapo. Per riaccendere la luce che illumina il viaggio della propria coscienza, basta davvero poco.
E luce fu, ancora.

 

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