Amore incondizionato

Alcuni anni fa facevo volontariato presso una casa famiglia dove venivano ospitati bambini e adolescenti disagiati, allontanati per un certo periodo di tempo dalle famiglie con situazioni difficili, in modo da essere seguiti adeguatamente da educatori e psicologi.

Io andavo li una volta alla settimana ad aiutare i bambini a fare i compiti, o a fargli compagnia nei momenti di svago, e per quanto fosse un impegno che non mi occupava una grande quantità di tempo, l’intensità dell’esperienza che ho fatto in quell’anno di volontariato è stata emotivamente molto importante.

Io lo facevo come servizio volontario, ero come una persona di compagnia, diciamo, ma le persone che lavoravano li erano ovviamente, come è normale che sia, ben più coinvolti di me nelle storie di questi ragazzi, nelle loro emozioni, nei loro problemi e nelle speranze per il loro futuro.

Un pomeriggio portammo i ragazzi alla fiera, a fare un giro sulle giostre, a divertirsi un po’.

Nel frattempo io e una delle educatrici che li seguivano, avemmo modo di parlare un po’ dei ragazzi, della situazione di questo centro di accoglienza, e io ascoltai alcune storie a riguardo.

In particolare mi resi conto di come lei, e immagino altri che facevano il suo lavoro, amavano il proprio lavoro ma si portavano sempre dietro in velo di tristezza, come credo sia normale per tutte le persone che per lavoro aiutano gli altri in momenti difficili. Questi ragazzi stavano con loro nella comunità solo per qualche tempo, un paio d’anni al massimo, per poi essere reinseriti nelle proprie famiglie se le situazioni di crisi familiare erano state risolte, o altrimenti venivano comunque ospitati presso altri centri, proseguendo altrove il loro percorso.

In particolare un tema che mi è parso di capire fosse ricorrente per questi operatori ed educatori che li seguivano, era proprio questo successivo distacco, per via del legame affettivo che comunque si creava. Per quanto fossero dei professionisti, non credo sia umanamente possibile non soffrire comunque per il distacco da un bambino che hai seguito e aiutato, che hai visto migliorare, che hai visto crescere e affrontare, ad un età così precoce, i propri demoni interiori.

Ma quel pomeriggio venne fuori in particolare un aspetto del dolore di questo distacco.

 

A lungo termine ci si abitua alla lontananza delle persone a cui siamo affezionati.

Nel loro caso però, un punto che mi è sembrato davvero cruciale era il fatto che non potevano nemmeno sapere che fine facessero questi ragazzi a distanza di anni. Avevano trovato un buon lavoro? Erano realizzati? Avevano potuto superare i propri blocchi, i propri traumi, e trovare relazioni sane da adulti? Quelli che avevano conosciuto come bambini problematici, erano diventati adolescenti persi nel tunnel della droga?

Questi educatori non avevano risposta a queste domande, ovviamente. Questo oblio in cui poi cadevano i nomi dei bambini che per qualche anno erano stati aiutati, questa impossibilità di avere almeno qualche notizia indiretta, mi sembrò per loro davvero una fonte di dolore quasi insanabile.

Quel pomeriggio ascoltai questa, ed altre storie. La persona con cui stavo parlando aveva una sua profonda spiritualità, molto palpabile, ed entrambi avevamo capito che su questo aspetto profondo eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, per quanto il mio punto di vista non fosse religioso ne tanto meno cattolico.

Mi è venuto poi in mente di come in fondo il Cristo stesso parlasse dell’amore incondizionato.

Le dissi che secondo me il lavoro che lei e loro facevano con questi ragazzi, era in effetti una sfida di amore incondizionato. Per quanto ci fosse il dolore, questi educatori erano chiamati a una sfida interiore molto elevata. Avendo tempo limitato per aiutare i bambini, e non potendo sapere come poi proseguiva il loro percorso con notizie regolari, l’unico modo che avevano per cercare di aiutarli e dare loro amore, era proprio amarli senza condizioni.

Spesso ci illudiamo che l’amore che proviamo per un partner, per un amico, per i figli o i genitori sia incondizionato. A volte lo è. Ma spesso per quanto il nostro sentimento sia sincero, rimane comunque legato ad alcune condizioni: per i figli che siano dei bravi figli, delle brave persone, che ci diano in qualche modo soddisfazione. Per i genitori che essi siano per noi di appoggio, che ci sostengano, che siano o siano stati dei genitori “modello”. Per il partner, la condizione che fisicamente sia spesso presente, che ci sostenga, che ci dia il numero di attenzioni che ci aspettiamo, e con la qualità che noi vorremmo. Credo si possa lavorare interiormente per sfrondare l’amore da queste condizioni, piano piano, con l’esercizio di svincolare giorno dopo giorno il nostro sentimento dalle aspettative, dalla necessità di avere qualcosa in cambio del nostro affetto.

Alcuni di noi, per scelta di vita, per lavoro o per altre circostanze, sicuramente attentamente selezionate e pianificate tra le sfide della propria incarnazione, sembrano chiamati più di altri a raggiungere la maestria su questo tema. Mi sembra proprio il caso di questi educatori ed operatori che fanno con il cuore il proprio mestiere. L’unico modo per non soccombere al dolore di queste continue separazioni dai ragazzi aiutati, e quindi l’unico modo per non chiudersi emotivamente e non diventare quasi insensibili, ma restando a cuore aperto, è quello di diventare dei maestri dell’amore incondizionato. Ti aiuto, ti amo, ti voglio bene, ti do una mano a crescere e a migliorare, e poi vai per la tua strada. Nessuna informazione successiva, nessun conforto, nessuna conferma che il lavoro e l’aiuto siano stati utili. Amore. Solo quello. Senza la condizione di poterti vedere crescere, senza la condizione di sapere che poi starai bene, senza la condizione di vedere in qualche modo il “risultato” dell’amore e dell’aiuto dato, così prezioso, e così incondizionato.

Una sfida non facile, una maestria realizzabile solo stando in quel dolore e facendo un continuo lavoro interiore per mantenere aperto il proprio cuore.

Credo che la conversazione di quel pomeriggio, e l’espressione di questo mio punto di vista, siano stati un confronto utile ad entrambi.

Poco dopo, continuando il giretto per la fiera, abbiamo incontrato un ragazzo, adolescente, che lei conosceva, che anni prima era stato uno dei bambini aiutati dalla comunità. Lui era li con un paio di amici, era un ragazzo allegro, educato e curato. Ha salutato l’educatrice che era con me con grande gioia, si sono raccontati alcune cose, poche novità, semplici. Stava bene ed è rimasto un pò con noi. Era li con lui anche la sua ragazza, e insieme sembravano felici. E come spesso accade, quando accettiamo di stare nel dolore, e vi troviamo un senso, poi avviene qualcosa che comunque ci conforta, che comunque da un senso anche là dove è maggiormente difficile trovarlo, che manifesta la pace e la luce interiore che dapprima avevamo trovato dentro di noi. E questo mi pare fosse proprio il suo caso.

E io sono stato commosso e onorato di poter osservare la magia dell’amore incondizionato all’opera in quel pomeriggio alla fiera, e in quell’anno di volontariato.

 

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